Le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 si sono presentate al mondo con obiettivi di sostenibilità assai ambiziosi, adottando standard internazionali come la norma ISO 20121 per la gestione degli eventi.
Il percorso verso il "green", tuttavia, si è scontrato con una realtà complessa, dove la competizione sportiva e la tutela degli ecosistemi non sempre procedono alla stessa velocità.
Il caso delle squalifiche per PFAS
Uno dei temi più caldi emersi durante le competizioni riguarda i PFAS. Nonostante il divieto imposto dalla Federazione Internazionale di Sci e Snowboard (FIS) già dalla stagione 2023-2024, ben tre atleti sono stati squalificati per l'uso di queste sostanze. Nello specifico, tracce di PFAS sono state rinvenute nella sciolina delle fondiste sudcoreane Han Da-som e Lee Eui-jin e sulla tavola da snowboard del giapponese Masaki Shiba.
Perché si usano?
Il motivo del loro utilizzo è puramente tecnico: le sostanze per- e poli-fluoroalchiliche riducono l'attrito, permettendo a sci e snowboard di scivolare molto più velocemente sulla neve. Un vantaggio competitivo che ha un costo ambientale da non sottovalutare. Essendo i PFAS sostanze persistenti, una volta depositate sulla neve possono contaminare il suolo e le falde acquifere degli ecosistemi montani, entrando poi nella catena alimentare e mettendo potenzialmente in pericolo anche la salute umana.
Una sfida che continua
Il caso delle squalifiche a Milano Cortina 2026 evidenzia come la battaglia per la sostenibilità sia tutt'altro che conclusa. Se da un lato l'organizzazione promuove l'economia circolare, dall'altro il monitoraggio rigoroso contro l'uso di sostanze come i PFAS rimane un pilastro fondamentale per garantire che lo sport non diventi una minaccia per il territorio che lo ospita.
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