La storia dei PFAS, dal West Virginia agli scenari globali. Intervista all'avvocato Robert Bilott

Robert Bilott, sessant’anni, è un avvocato statunitense noto per aver portato per la prima volta all’attenzione del grande pubblico il pressante problema della contaminazione globale da PFAS. La sua lotta contro gli “inquinanti eterni”, pericolosi sia per la salute umana che per l’ambiente, è narrata nel film “Cattive acque”, con Mark Ruffalo nei panni del protagonista. Nell'intervista rilasciata alla redazione del periodico ImprontaZero, Bilott parla della sua lunga battaglia e delle prospettive che attualmente interessano la diffusione di tali composti chimici.

Approfondiamo il complessa problema dei PFAS partendo da un caso concreto, forse il più emblematico di tutti: il caso DuPont. Ci racconti, quindi, Mr. Bilott, la sua storia, di come è iniziata e di come si è evoluta nel corso degli anni.

Ho iniziato la mia carriera legale nel 1990 e per circa otto anni ho rappresentato grandi aziende chimiche, supportandole nell’adempimento e nel rispetto di tutte le norme e i regolamenti ambientali. Nel 1998 fui contattato da un contadino di Parkersburg, in Virginia Occidentale, di nome Wilbur Tennant. Il bestiame del suo allevamento, situato lungo le sponde del fiume Ohio, si stava pian piano ammalando. Aveva il sospetto che la causa fosse legata alla discarica di rifiuti adiacente alla proprietà, appartenente alla DuPont Chemical Company, un sito dal quale fuoriusciva un liquido schiumoso e bianco che si riversava nel ruscello adiacente. Dall’inizio della vicenda al momento in cui mi contattò, Tennant aveva già perso un centinaio di animali. Si era rivolto alle autorità locali, all’Agenzia Federale per la Protezione Ambientale degli USA, alla DuPont stessa, ma non aveva ottenuto alcuna informazione o risposta. Così, era alla ricerca di un avvocato che potesse aiutarlo.

 

Pur non essendo il tipo di lavoro che svolgevo abitualmente, decisi di prendere in carico il caso. A quel tempo pensavo sarebbe stato un lavoro semplice. L’Agenzia per la Protezione Ambientale aveva stilato un elenco di sostanze chimiche pericolose, tossiche e nocive, indicandone i limiti di emissione in acqua e aria. Per ottenere un permesso per la gestione di una discarica come quella di DuPont, osservare tali limiti di emissione ed effettuare i campionamenti era indispensabile. Immaginavo, quindi, che tra i documenti autorizzativi avremmo trovato indicata una qualche sostanza chimica regolamentata che superava le soglie limite. Ma così non accadde. Solo facendo causa a DuPont ho potuto visionare i documenti interni dell’azienda, che rivelarono l’esistenza di una sostanza chimica, il PFOA, che l’azienda utilizzava per la produzione di Teflon: la discarica vicina alla proprietà di Tennant stava raccogliendo rifiuti dal più grande impianto di produzione di Teflon al mondo. Quando ho richiesto di visionare il registro di tutte le sostanze che venivano conferite in discarica, e non delle sole sostanze regolamentate, ho finalmente cominciato a ottenere i registri relativi a questa misteriosa sostanza. Al tempo, infatti, il PFOA non era una sostanza regolamentata negli Stati Uniti.

Abbiamo passato gli anni successivi a esaminare i registri interni e ricostruire la storia. Il PFOA non solo era presente nell’acqua che bevevano gli animali, ma confluiva anche nell’acqua potabile distribuita alla comunità. Sia l’azienda 3M, che produceva il PFOA, sia la DuPont, che lo comprava e usava per produrre il Teflon, erano al corrente della tossicità e della persistenza di questa sostanza, ma non lo avevano comunicato né alle autorità di regolamentazione, né alla comunità scientifica, né all’opinione pubblica.

Abbiamo passato anni in tribunale per provare ciò che 3M e DuPont sapevano fin dall’inizio: che il PFOA è dannoso per la salute e per l’ambiente. Decenni di studi sugli animali ne provavano la tossicità, ma abbiamo dovuto condurre studi su decine di migliaia di persone per dimostrare in modo indipendente ciò che i documenti interni alle aziende già confermavano. Questi studi hanno dimostrato in via definitiva che bere acqua contenente PFOA può causare cancro ai testicoli e ai reni, colite ulcerosa, malattie della tiroide, preeclampsia e colesterolo alto. Una volta raccolte le prove, abbiamo condiviso i dati con la comunità scientifica e le autorità. È stato allora che, finalmente, è iniziato il processo di regolamentazione di queste sostanze. Negli Stati Uniti solo l’anno scorso sono stati emanati i primi standard per l’acqua potabile, che attualmente regolamentano PFOA e PFOS. Aggiungo un ulteriore elemento. Abbiamo iniziato a occuparci del tema in relazione al Teflon, ma questi composti sono stati creati da 3M già negli anni Quaranta e sono stati molto usati in un particolare tipo di schiuma antincendio a base d’acqua inventato negli anni Sessanta, l’AFFF (liquido schiumogeno filmante a base sintetica). Questo è stato venduto a personale militare, aeroporti, stazioni dei pompieri, in tutto il pianeta e per molti anni.

Quale differenza vede tra la legislazione americana e quella europea riguardo ai PFAS?

Negli Stati Uniti tendiamo a concentrarci su un composto chimico alla volta ed è necessaria un’incredibile quantità di dati e ricerche per inserire una sostanza chimica tra quelle regolamentate. La storia del PFOA ne è un esempio perfetto. A ciò si aggiunge un ulteriore problema. Quando abbiamo finalmente iniziato a regolamentare i C8, ovvero i composti con otto atomi di carbonio uniti al fluoro, come PFOA e PFOS, i produttori hanno iniziato a modificare il prodotto tagliando atomi di carbonio, creando così il C4 e C6, o aggiungendoli, come con il C9. Hanno quindi smesso di produrre i C8, sostituendoli con sostanze ancora non regolamentate.

In Europa l’approccio è diverso, più precauzionale, si cerca di prevenire il danno prima che esso si verifichi. Negli Stati Uniti ci stiamo ancora concentrando su una o due sostanze alla volta, mentre in Europa ci si propone di affrontare l’intera classe.

In tutta questa vicenda il tema dell’informazione, della disinformazione e della non-informazione è centrale. L’emergenza PFAS è ancora oggi spesso vista come una prerogativa degli esperti, un messaggio unicamente destinato agli addetti ai lavori. Qual è, secondo lei, il modo migliore per comunicarlo a un pubblico più ampio?

Le persone ne stanno venendo a conoscenza solo ora, ma questa contaminazione è in corso da decenni. La causa penso risieda in un insabbiamento intenzionale: queste informazioni sono state nascoste per anni e nel frattempo è stata portata avanti una campagna di disinformazione nei confronti del pubblico, della stampa e dei regolatori.

Quello che ha davvero aiutato ritengo sia stato il cinema. “Cattive acque” è del 2019, nel 2018 è uscito il documentario investigativo “The Devil We Know”, mentre nel 2025 è stato presentato “How to Poison a Planet”. Il medium visivo riesce a mostrare concretamente alle persone perché questa storia è importante, cosa sono i PFAS e come stanno impattando sulle persone.

Anche l’utilizzo del termine forever chemicals (inquinanti eterni) ha aiutato le persone a visualizzare il motivo per cui tali sostanze costituiscono un problema. E la comprensione da parte del pubblico ha guidato il cambiamento. I consumatori adesso sanno che questi composti chimici esistono e in quali tipi di prodotti si trovano. Ciò sta avendo un grande impatto sul mercato: le aziende stanno rimuovendo dal commercio queste sostanze ancora prima che le leggi cambino, proprio perché sono i consumatori a richiederlo.

La strategia, anche quando parliamo di legislazione, è spesso focalizzata sulla rimozione o sul monitoraggio dei PFAS. E la prevenzione?

L’approccio deve essere multilivello. Dobbiamo impedire che se ne introducano in ambiente di più, ma dobbiamo anche affrontare quelli che sono già stati immessi. C’è un motivo per cui sono chiamati “forever chemicals”: una volta introdotti nell’acqua, nel suolo e nell’organismo, lì rimangono. Tutto ciò che è stato emesso dagli anni Quaranta in poi è ancora là fuori. Dobbiamo sviluppare metodi e tecnologie per liberarcene. Al momento esistono sistemi di filtrazione per rimuoverli dall’acqua potabile, ma il tema è ancora in divenire per quanto riguarda il suolo, le falde acquifere e il sangue. Negli Stati Uniti, città, comuni e fornitori pubblici di acqua devono spendere milioni di dollari per installare sistemi di trattamento, per la relativa manutenzione annuale e per gestire il carbonio esausto. Da anni, quindi, è in corso un contenzioso contro i produttori di PFAS per richiedere loro di coprire tali costi. Lo scorso anno abbiamo raggiunto accordi con 3M, DuPont, Tyco, BASF per oltre 14 miliardi di dollari, per porre rimedio ai danni causati al sistema idrico pubblico.

Cosa direbbe alle aziende, magari PMI, che si scontrano con questo grande problema per la prima volta? Per molto tempo non sono stati rivelati loro i pericoli legati a queste sostanze, per cui le hanno utilizzate molto spesso all’interno dei propri processi produttivi.

Poiché i PFAS non erano regolamentati, molte aziende non ricevevano informazioni sui pericoli derivanti dall’uso di queste sostanze all’interno dei prodotti. E così, per decenni, queste sostanze chimiche sono state acquistate e utilizzate – spesso inconsapevolmente – all’interno di migliaia di prodotti. Molte di queste aziende ora vengono citate in giudizio perché viene rilevata la presenza di PFAS all’interno dei loro prodotti, delle acque reflue e dei rifiuti che producono. Il problema si sta diffondendo lungo l’intera catena di approvvigionamento. Per questo è importante chiedere ai propri fornitori di indicare esattamente cosa contengono le materie prime che si stanno acquistando: la responsabilità è di tutta la catena coinvolta.

Oggi poter dichiarare i propri prodotti privi di PFAS è un fattore competitivo chiave, ma la definizione di queste sostanze è ancora un punto in discussione. Diversi gruppi industriali stanno cercando di escludere le proprie sostanze dalla definizione generale di “PFAS” o di fissare livelli minimi di rilevamento artificiali. L’obiettivo è poter affermare che i propri prodotti sono “PFAS free”, poiché la concentrazione risulterebbe al di sotto della soglia stabilita. Questa situazione crea grande confusione per le aziende e per i consumatori, che rischiano di fidarsi di fornitori che promettono prodotti privi di PFAS senza sapere con quali parametri questi siano stati misurati.

Passiamo a una domanda un po’ più “leggera”. Come ci si sente a essere protagonista di “Cattive acque” ed essere impersonato da Mark Ruffalo?

È stata un’esperienza surreale, tutto il processo di realizzazione del film. Penso che lui e il team abbiano fatto un lavoro straordinario. Sono riusciti a raccogliere una grande quantità di informazioni, molto complesse, questioni legali e dati scientifici, e a riunirli in un film che li espone con chiarezza e linearità. Sono più di vent’anni di storia condensati in due ore.

Mark fa tutto il possibile per aiutare a sensibilizzare l’opinione pubblica. Non si è limitato al film, ma ha continuato con incontri pubblici e proiezioni. È anche stato produttore di “Burned, protecting the protectors”, un documentario sull’uso dei PFAS nella schiuma antincendio e nelle tute protettive indossate dai vigili del fuoco.

Avvocato Bilott, grazie per il suo tempo e la sua disponibilità. Concludiamo la nostra chiacchierata dal punto in cui siamo partiti: cosa è successo allo stabilimento della DuPont a Parkesburg?

Paradossalmente, lo stabilimento esiste ancora e continua a produrre Teflon. Al posto del PFOA usa una nuova sostanza, chiamata GenX, che è uno di quei nuovi “prodotti chimici sostitutivi” C6 con due atomi di carbonio in meno. DuPont, tuttavia, non possiede più il sito: l’ha ceduto intorno al 2013, quando ha creato una nuova società, uno spin-off chiamato Chemours, che ora gestisce l’attività del Teflon.

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